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UN ALBUM DI FAMIGLIA PER SIMONE CRISTICCHI

DiChristian D'antonio

Mar 6, 2013

Cristicchi e il suo album di famiglia in una intervista di Christian D’Antonio

foto: Christian D'Antonio
foto: Christian D’Antonio

Quando abbiamo incontrato Simone Cristicchi prima del festival di Sanremo, ci siamo subito accordi che la sua proposta sarebbe stata qualitativamente una delle più apprezzate dell’evento del 2013.

In primis perché La Prima Volta (Che Sono Morto) con il suo sapore swing e surreale, aveva tutte le carte per fare breccia nell’anima dei più sensibili, un’impresa che al cantautore romano riesce sempre bene. Da quando ha vinto Sanremo, nel 2007 con Ti Regalerò Una Rosa, Cristicchi si è fatto riconoscere per la sua ricerca interiore, la denuncia di tematiche difficili, in contrasto con le filastrocche per cui era stato scoperto dal grande pubblico. Ma erano poi filastrocche?

«In verità anche Vorrei Cantare Come Biagio Antonacci era piena di ironia, e pensavo al dramma interiore di chi per sfondare nella musica è costretto a omologarsi», dice oggi.

Come si fa a trattare temi seri sempre con ironia senza perdere in credibilità?

Ho fatto molto teatro civile negli ultimi anni e mi ha portato a fare molte ricerche sulla memoria. Poi capitava che d’estate tornassi a fare concerti, ma quello che ho imparato girando l’Italia con il mio spettacolo teatrale è infinito.

Come hai registrato Album di Famiglia?

Sono stato ispirato dai luoghi che ho visitato, raccogliendo storie, parlando con i protagonisti di un’Italia dimenticata che nemmeno io conoscevo. Poi ho costruito uno studio nella mia casa nuova, filtrando l’intimità, lo schiamazzo dei bambini, ho lasciato il rumore dei piatti. Un senso di famigliare pervade tutta la registrazione ho abbandonato molta elettronica e ho lasciato il piano, la fisarmonica, la narrazione musicale è tutta in questi strumenti vecchi.

Ci parli del pezzo che hai dedicato a Laura Antonelli?

Ovviamente è il pezzo che mi sta più a cuore del disco, anche se non volevo diventasse una bandiera per non sporcarlo. Sono capitato per caso davanti alla sua ex villa che rappresenta un po’ il suo mondo, come una persona fragile di tanto successo, la donna più bella del mondo, può essere vittima del successo e pagare troppo per degli errori. Oggi lei vive in isolamento, ma so che ha apprezzato che qualcuno si fosse ricordato di lei. Me lo ha detto Marco Risi che è in contatto con lei.

cristicchi-586x586Ci sono altri temi forti, come quello delle foibe.

In Magazzino 18 ho raccolto le storie di tutti quelli che avevano lasciato Istria quando nel 1947 fu ceduta alla Jugoslavia di Tito. Un esodo di cui si sa poco. Se capitate a Trieste c’è proprio una sezione al porto dove sono ancora accatastate le loro cose, con tutta una vita da raccontare, sono gli italiani dimenticati che rischiavano di morire di malinconia.

Quando ti sei accostato a questo tipo di narrazione?

Il teatro è stato un portone su questo mondo. Le esperienze altrui mi hanno aperto la mente. Penso a Faletti quando a Sanremo portò un tema delicato e tutti non se lo aspettavano. C’è poi il richiamo ai grandi della musica, Domenico Modugno, Sergio Endrigo, sono grandi ispirazioni, modelli per me. C’ è una canzone nel disco, Il Sipario, che parla di come i piccoli teatri, i simboli dell’espressione locale in Italia stiano morendo. È un peccato.

Hai coinvolto anche Nino  Frassica in una canzone molto toccante, Cigarettes.

Sì parla di come venivano percepiti gli italiani in America. Per la prima volta Frassica è stato chiamato a fare una parte seria in una canzone e ci è riuscito naturalmente.

Chi è il tuo pubblico affezionato?

A me piace piacere ai bambini, voglio rimanere un puro, quindi quando vedo che ci sono bambini che mi ascoltano sono felice. Sono anche molto vicino al pubblico adulto che mi segue a teatro, che è molto geloso e molto esigente. Quello musicale poi è under 30 e per qualche tempo so di averlo tradito. Ma non è detto che i due pubblici non si incontrino.

Non hai paura di diventare un artista “difficile”?

Mi sento dentro un erede dei cantautori, con la melodia che ha sostituito il rap nella mia musica e l’ironia che cede lentamente il passo alla tenerezza. Sono padre, sto crescendo, so che è difficile essere presi sul serio se si è troppo ironici in questo Paese. Ma scrivo di quello che mi colpisce. Ad esempio con Mannarino ho fatto un pezzo Le Sol Le Mar che per la prima volta parla delle bellezze dell’Italia viste dalla parte degli immigrati. E poi le canzoni sono il miglior ufficio stampa: ascoltatele e decidete.
CHRISTIAN D’ANTONIO

Christian D'antonio

Christian D'Antonio (Salerno, 1974) osserva, scrive e fotografa dal 2000. Laureato in Scienze Politiche, è giornalista professionista dal 2004. Redattore di RioCarnival. Attualmente lavora nella redazione di JobMilano e collabora con Freequency.it Ha lavorato per Panorama Economy, Grazia e Tu (Mondadori), Metro (freepress) e Classix (Coniglio Ed.)