• 07/02/2026

The Crescent Moon Tearoom – Foglie di tè, sorelle e piccoli incanti quotidiani. L’intervista all’autrice del libro

Un racconto tra foglie di tè, divinazioni e imprese quotidiane. “The Crescent Moon Tearoom La magia nascosta nei fondi di tè”, dell’autrice Stacy Sivinski (edizioni Armenia) porta il lettore in un mondo a metà tra il magico e il quotidiano. La trama si snoda in un tempo quasi sospeso, tra onirico e surreale: tre sorelle molto diverse gestiscono una sala da tè dove incantano le clienti prevedendo il futuro, ma è proprio il loro di futuro ad essere incerto. Le sorelle Quigley sono un anomalia tra streghe e umani in ugual misura ed è proprio questo a catturare l’attenzione del Concilio delle streghe, assegnando loro una missione che appare impossibile.

Le Quigley scoprono inoltre di essere state maledette, e tra i poteri di Anne che aumentano smisuratamente, Beatrix che si perde nei suoi scritti, Violet resta incantata dal circo, e dal suo trapezista le loro strade sembrano sul punto di dividersi.

Ho intervistato l’autrice, per saperne di più, sul suo libro e sui personaggi. Senza alcuno spoiling, scopriamo insieme cosa si nasconde dietro i misteri di casa Quigley.

Per quanto riguarda la magia nel libro: hai dovuto fare ricerche su temi specifici o erano conoscenze che già possedevi? Nascono da un interesse personale o sono legate ai tuoi studi?

Il sistema magico che ho creato per il libro è stato sicuramente ispirato dalla mia ricerca accademica, che si concentra su autrici donne poco studiate del XIX e dell’inizio del XX secolo (Sarah Orne Jewett, Jessie Redmon Fauset, Sui Sin Far, Kate Chopin). In particolare, analizzo come le descrizioni sensoriali in queste opere siano collegate al desiderio di autonomia e di emancipazione delle protagoniste e come gli atti di piacere quotidiano possano essere letti come forme sottili di resistenza.

Per esempio, studio come le descrizioni di Kate Chopin del contatto con tessuti di lusso siano legate a un bisogno nascosto di indipendenza economica e di piacere, e ho esplorato il modo in cui l’uso delle fragranze in Rebecca di Daphne du Maurier sia connesso al superamento dei confini sociali. Così, quando ho iniziato a costruire un sistema magico per la mia storia, ho finito per prendere queste fonti metaforiche di potere presenti nella mia ricerca e trasformarle in qualcosa di più tangibile: un mondo magico nascosto in cui le donne, in particolare, hanno la possibilità di creare nuovi tipi di comunità e di plasmare il proprio destino.

Quando ho deciso di sedermi e scrivere The Crescent Moon Tearoom, ho anche collegato questi elementi del mio lavoro accademico a nuove ricerche sul ruolo che le sale da tè avevano nella vita delle donne tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Mi sono resa conto molto presto che la sala da tè era un’ambientazione ricca di potenziale incantato, perché rappresentava un luogo in cui le donne potevano immaginare futuri diversi per sé stesse.

Dalle mie ricerche è emerso che le sale da tè non erano frequentate quasi esclusivamente da donne, ma erano anche di loro proprietà e gestione, una possibilità rara per l’epoca. Erano tra i pochi luoghi in cui le donne potevano riunirsi in pubblico in modo sicuro e discutere di temi che altrove sarebbero stati difficili da affrontare (desideri personali, investimenti finanziari, politica, ecc.). Spesso, inoltre, c’era qualcuno che si avvicinava ai tavoli offrendo di leggere le foglie di tè a chi desiderava sbirciare nel proprio futuro.

Anche in questo caso, quindi, c’erano dinamiche di potere molto interessanti legate a quell’ambientazione (soprattutto in relazione alla costruzione del proprio destino e ai patti con il Fato), e ho voluto renderle letterali trasformando lo spazio in un luogo magico.

Perciò, anche se il mondo di The Crescent Moon Tearoom è in gran parte immaginario, molte delle sue fonti di incanto affondano le radici in fatti storici reali.

In che modo la tua formazione in letteratura femminile dell’Ottocento ha influenzato i personaggi del libro?

Il mio percorso di studi in letteratura femminile ottocentesca ha avuto un’influenza significativa sia sui tipi di personaggi che creo sia sul mio stile di scrittura. La letteratura del periodo che ho studiato è piena di personaggi femminili le cui storie finiscono in modo tragico, ma esistono anche opere scritte da autrici dell’epoca in cui accade l’opposto: donne che riescono a raggiungere un lieto fine scoprendo strumenti di emancipazione nella vita quotidiana.

Mi sono sentita particolarmente attratta da questo senso di ottimismo nella mia ricerca, e questo ha influito sul tipo di donne che desidero portare sulla pagina: donne che vogliono plasmare il proprio destino e che riescono a farlo nonostante le difficoltà.

Studiare testi del XIX e dell’inizio del XX secolo mi ha anche immersa in uno stile di scrittura che non ha paura di soffermarsi su descrizioni più lunghe e su momenti introspettivi. Amo la letteratura di un’epoca in cui si voleva assaporare un libro, perché non si sapeva quando sarebbe arrivato il successivo, e in cui ogni frase era pensata per essere una piccola gioia. Per questo, la mia scrittura tende a chiedere al lettore di rallentare, così da riconoscere la bellezza di momenti che molti ignorerebbero nel desiderio di correre avanti nella trama.

Durante la lettura ho percepito molto forte il tema della sorellanza. È ispirato a esperienze personali?

Gli elementi legati alla sorellanza sono ispirati ai rapporti che ho con i miei fratelli e alle profonde amicizie femminili che ho avuto la fortuna di costruire.

Quando stavo scrivendo la prima bozza del libro, stavo concludendo l’ultimo anno del mio dottorato all’Università di Notre Dame. Ero entrata nel programma insieme a un gruppo di donne che sono diventate come sorelle per me, e man mano che ci avvicinavamo alla laurea pensavo spesso a quanto fosse strano provare tristezza per la separazione imminente e allo stesso tempo entusiasmo e gioia nel chiederci cosa avremmo potuto realizzare una volta intrapresi percorsi diversi.

Questo mi ha fatto tornare alla mente cosa si prova a lasciare casa per la prima volta e a costruire nuove relazioni con mia sorella e mio fratello mentre iniziavamo a scoprire chi eravamo da adulti.

In un certo senso, scrivere The Crescent Moon Tearoom mi ha aiutata a elaborare le emozioni legate alla fine di una fase importante della mia vita e all’inizio di un’altra. Mi ha fatto capire che aggrapparsi a un momento può soffocarlo e che le relazioni, come le persone, hanno bisogno di spazio per cambiare e crescere.

È stato difficile scrivere di tre protagoniste così diverse ma profondamente legate tra loro?

In molti modi, credo che Anne, Beatrix e Violet rappresentino diversi aspetti della mia personalità. Anne è molto determinata e desidera più di ogni altra cosa essere messa alla prova. Beatrix vive in un mondo in cui le storie sono il cuore pulsante. Violet riconosce l’importanza di vivere nel presente.

Sono tutte qualità in cui mi riconosco, ed è stato come versare un po’ di me stessa in ciascuna di loro. Questo ha reso il processo di scrittura, per certi versi, sia più semplice sia più complesso, perché dovevo trovare un equilibrio tra il lasciarmi ispirare dalle mie esperienze e il distaccarmi abbastanza da permettere ai personaggi di crescere in direzioni inaspettate.

Ora che il libro è concluso, mi sembrano persone complete e separate da me, ma riconosco ancora tracce di quella connessione iniziale ogni volta che lo rileggo. E questo mi fa sempre sorridere.

Il fatto che le sorelle abbiano colori degli occhi diversi è un riferimento simbolico alle loro personalità?

Sì. In questa parte della storia mi sono ispirata all’idea che gli occhi siano finestre sull’anima. Le sorelle possono essere fisicamente identiche, ma sono profondamente diverse nel loro nucleo. Per questo era importante per me inserire un elemento simbolico nel loro aspetto che lo rappresentasse.

Ho scelto il marrone per Beatrix perché la sua personalità è come il tè Earl Grey: all’apparenza semplice al primo sorso, ma sempre più ricco e sfaccettato man mano che ci si sofferma sul gusto. Violet ha gli occhi viola perché volevo fosse chiaro fin dal primo incontro che è audace e attratta da ciò che è unico. Il blu è rimasto ad Anne, e solo in seguito mi sono resa conto che le avevo dato lo stesso colore di occhi che ho io. Traetene le vostre conclusioni!

Ho amato il modo in cui la tua scrittura è così descrittiva e “accogliente”, come se fossimo lì con i personaggi. Come hai deciso quali profumi o sapori associare ai diversi tipi di magia?

Mentre lavoravo al libro, avevo sulla scrivania diversi campionari di tè, quelli con le piccole scatole di foglie sfuse pensate per essere provate una o due volte prima di decidere se acquistarne altre. Quando dovevo scrivere una scena ricca di dettagli descrittivi, aprivo i coperchi e annusavo le diverse miscele a occhi chiusi, pensando a come quei profumi mi facevano sentire.

Se ne trovavo uno che rispecchiava ciò che volevo trasmettere sulla pagina, lo incorporavo nella scrittura. È qualcosa che faccio ancora oggi quando lavoro a una nuova storia: cerco profumi, sapori e tessuti da intrecciare nel testo e li tengo vicino alla scrivania, a portata di mano, mentre costruisco le scene. Il mio processo creativo è quindi, in molti sensi, profondamente sensoriale.

Essendo questo il tuo primo romanzo, come è nata l’idea? È iniziato come un racconto breve o hai sempre pensato a una serie?

L’idea di The Crescent Moon Tearoom mi è venuta durante il mio primo viaggio a New Orleans. Avevo appena concluso il mio primo semestre di insegnamento e, per festeggiare, io e alcuni amici avevamo deciso di fare una breve vacanza. L’anno prima avevamo imparato a leggere i tarocchi, così volevo esplorare altre forme di divinazione.

Cercando cosa fare, ho scoperto un negozio nel Quartiere Francese chiamato Bottom of the Cup, dove è possibile farsi leggere le foglie di tè, e mi è sembrato perfetto. Ci siamo andati, ovviamente, e mentre aspettavo che il lettore finisse con la persona prima di me, ho chiesto all’uomo al banco di raccontarmi qualcosa sulla storia del negozio.

Con grande entusiasmo mi ha spiegato che era stato aperto cento anni prima da due cognate e che era rimasto nella stessa famiglia da allora. All’epoca, negli Stati Uniti, era illegale vendere servizi di divinazione, così i proprietari vendevano il tè e dicevano che le letture erano “gratuite”. Un altro cliente ha avuto bisogno di aiuto proprio in quel momento, così sono tornata al mio posto ad aspettare. E mentre sorseggiavo il tè, mi sono chiesta: “E se le sorelle fossero streghe? E se il negozio fosse incantato?”. Ed è lì che l’idea di The Crescent Moon Tearoom ha preso vita.

L’edizione italiana del tuo libro è uscita da poco. Come ti senti all’idea di raggiungere lettori internazionali e c’è qualcosa che speri in particolare che i lettori italiani colgano dalla storia?

Non riesco a esprimere quanto sia entusiasta dell’edizione italiana! Il team di Armenia ha fatto un lavoro straordinario nel catturare il cuore del mondo delle sorelle Quigley e nel tradurlo nei dettagli visivi del libro. Le illustrazioni sui bordi delle pagine e sulle copertine interne restituiscono perfettamente l’incanto fiabesco della storia, e sono stata felicissima quando mi hanno chiesto di scrivere una lettera stampata in esclusiva per i lettori italiani.

Questa edizione è qualcosa che custodirò sempre con affetto, e sono profondamente grata che i lettori italiani possano leggere una versione della storia in cui i dettagli sensoriali prendono davvero vita sulla pagina. Questo aiuta a far emergere il messaggio principale che desidero trasmettere: cercare la bellezza nei momenti apparentemente semplici e soffermarsi un po’ di più sulle esperienze quotidiane che ci regalano gioia.

Il nome di Mr. Crowley è ispirato ad Aleister Crowley?

Ci sono state alcune coincidenze curiose e perfettamente calzanti nella scelta dei nomi dei personaggi e dei luoghi del romanzo. Per esempio, il nome di Mr. Crowley è stato scelto del tutto a caso. Pensavo che Capricious potesse sembrare un nome che qualcuno avrebbe potuto trovare in un registro censuario della vecchia Salem, e mi piaceva come suonava accanto a Crowley.

Solo dopo la pubblicazione del libro mi sono resa conto che era anche il nome del famoso occultista inglese vissuto nello stesso periodo in cui è ambientata la storia. In modo sorprendente, è successa la stessa cosa con il nome di Katherine e con la casa editrice con cui Beatrix firma il contratto. Ho scelto nome e cognome di Katherine casualmente e solo dopo aver completato la prima bozza ho scoperto che esisteva davvero una suffragetta di nome Catherine McCulloch, vissuta a Chicago tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo.

E ho scelto Donohoe and Company come omaggio a uno dei miei amici più cari, ma dopo la pubblicazione del libro ho scoperto che esisteva davvero una casa editrice di successo a Chicago, attiva proprio a cavallo tra i due secoli, chiamata Donohue & Company.

È stata una sorpresa totale, ma ho apprezzato molto il carattere quasi “destinale” di queste coincidenze.

Hai in programma di promuovere il libro in Italia, di persona o attraverso eventi online?

Al momento non ho piani concreti per promuovere il libro in Italia, ma mi piacerebbe moltissimo se si presentasse l’occasione. È stato bellissimo vedere i lettori italiani entrare in sintonia con la storia sui social, e so che incontrarli di persona o anche solo virtualmente sarebbe un’esperienza davvero speciale. Quindi, spero che una visita sia nelle carte… presto!

Cosa dire di questo libro? Innanzitutto partiamo dai temi: sorellanza, magia quotidiana e non, come il destino può separarci e riunirci a seconda delle nostre scelte. Le sorelle Quigley hanno caratteri molto diversi, e alla fine del libro, magie molto diverse.

Un dettaglio che ci viene raccontato nella descrizione iniziale e che mostra l’individualità di ogni sorella, insieme al colore dei loro occhi: azzurri per Anne, marroni per Beatrix e ovviamente viola per Violet. Identiche nell’aspetto ma non nell’anima, come si dice… gli occhi ne rappresentano il suo specchio.

Il libro ci porta in un viaggio alla scoperta dell’anima di ciascuna delle sorelle, e a ciò che ognuna di loro desidera in particolare modo.

Senza fare spoiler, sappiate soltanto che il finale di ciascuna sorella – se di finale si può parlare considerando che il secondo libro nell’edizione inglese è già uscito – ha perfettamente senso con la storia e i personaggi del viaggio di questo libro. La magia è ovunque, dalle descrizioni che evocano in noi sensazioni da più sensi, in particolare modo l’olfatto e il gusto visto che di te stiamo parlando, alla casa che prende vita e si comporta come un membro della famiglia. In generale il libro sa essere rassicurante, senza troppi colpi di scena – eppure sono presenti – ma che evocano un turbinio di emozioni e ci porta a riflettere su come trovare la propria individualità senza perdere i propri legami.

Stacy Sivinski è cresciuta tra i monti della Virginia e oggi insegna scrittura e letteratura nel Midwest. Ha conseguito un dottorato in Letteratura Inglese presso l’Università di Notre Dame, con una specializzazione in studi sensoriali e in narrativa femminile del XIX secolo. Nei suoi romanzi l’autrice esplora temi come la sorellanza, la scoperta di sé e la magia. The Crescent Moon Tearoom è il suo romanzo d’esordio.

Link: www.armenia.com e profilo Instagram @armenia.libri
profilo Instagram autrice: @stacy_sivinsky

Il libro è acquistabile in formato cartaceo online e in tutte le librerie, al costo Euro 19,00

eBook disponibile su tutte le piattaforme, compresa Amazon, al costo di Euro 9,90

Articolo e intervista di Aiko Lux Cuoco
aiko@riocarnivalmagazine.it

Aiko "Lux" Cuoco

Aiko Lux è un’aspirante scrittricə e creativə. Si divide tra pittura, arte e scrittura trasformando emozioni e visioni in forme tangibili. Scrive poesie, racconti fantasy e storie di letteratura contemporanea, intrecciando magia, introspezione e vita quotidiana. Contatti: aiko@riocarnivalmagazine.it