• 18/05/2024

Sonatin For a Jazz funeral, l’intervista

DiChristian D'antonio

Ott 6, 2013

sonatin (2)Vi avevamo parlato dei Sonatin Jazz Funeral, la band che è al debutto con un album prodotto da Tippin’ The Velvet e che sta incuriosendo non solo i circuiti musicali della loro Napoli.

Abbiamo avuto l’occasione di parlare del disco con Luigi Impagliazzo, il 25enne cantante e autore della band per farci spiegare da cosa arriva il loro mix di sound rock e jazz…e molto altro.

Come mai un gruppo al suo esordio non punta alla massa con canzoni più semplici?

È il npstro esperimento con la forma-canzone, cioè racchiudere in quei pochi minuti tutto quello che ci va. Ci interessava esordire con un album internazionale nei contenuti, per questo canto quasi sempre ininglese. Magari i prossimi non saranno così. Ci interessa la contaminazione linguistica, il limite è solo mentale. Desert Shore di Nico degli anni 70 è un riferimento per me. Una tedesca che canta in inglese e ci mette tutto il suo retaggio, tutto il Wagner e il Lutero che c’era in lei.

C’è una canzone nel disco che ha temi ecologisti, che cosa ti colpisce di queste vicende?

TYFED significa Thank You for Every disaster, ed è una presa in giro amara, perché io davvero ho perso un padre per danni dall’ambiente. È il pezzo più scopertamente politico tra tutto quello che faccio e anche quello che non faccio, perché anche il non fare è politica. Io lo intendo come un attacco all’intero sistema affarista che ha ultima conseguenza la creazione del rifiuto dell’insostenibile. Cioè chi produce scarti va a riempire altri territori che hanno spazio. Si tende a nascondere lo scarto nei territori disagiati, in Africa in Sud Italia. I porti e le autostrade di alcune città africane sono costruiti sopra i rifiuti italiani. La grande assurdità è che sono dei danni che causano morti che ci colpiscono da vicino.  Uno dei pezzi più danzerecci del disco è dedicato a questo tema.

Invece Second Line che è uno dei brani di punta?

È molto più incentrato sulla musica,  all’interno dei pochi minuti c’è tutti fisarmonica a chitarra acustica tipo Noir Desire e un’orchestrazione più radicale. I musicisti con cui ho la fortuna di comporre i Sonatin hanno contributo a contaminarmi. Maurizio Milano suona la batteria, Gen Cotena la chitarra e Pierluigi Patitucci il basso, anche se i confini sono molto labili.

Come lavorate assieme? Come nasce un vostro pezzo?

Sono molto figurativo quando compongo come parlo di una sceneggiatura del film. Il difetto o il pregio di come siamo è che partoriamo pezzi con grandi happening e l’urgenza di non annoiare, è la nostra richiesta di attenzione.

Deriva dal fatto che gli emergenti spesso non emergono?

In generale è stato sempre difficile, tutti hanno qualcosa da dire e tutti dicono che è fondamentale. Io dico che quello che faccio ha un valore, qualcuno è vincitore in questa lotta. Non deve essere percepita però come lotta, ho deciso che da adesso in poi faccio una testimonianza e la incido. Chi mi ascolta oggi o domani saprà e l’importante è continuare a fare artigianato alla maniera nostra senza dover fare chissà cosa. È anche cambiata l’idea della band nel corso del tempo, per entrare in alcuni meccanismi devi fare cose in cui non credi pienamente. Quindi meglio essere buoni individui.

CHRISTIAN D’ANTONIO

Christian D'antonio

Christian D'Antonio (Salerno, 1974) osserva, scrive e fotografa dal 2000. Laureato in Scienze Politiche, è giornalista professionista dal 2004. Redattore di RioCarnival. Attualmente lavora nella redazione di JobMilano e collabora con Freequency.it Ha lavorato per Panorama Economy, Grazia e Tu (Mondadori), Metro (freepress) e Classix (Coniglio Ed.)