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I Simple Plan hanno una missione: l’evasione

DiChristian D'antonio

Nov 22, 2015
simpleplan
foto: Christian D’Antonio

Hanno messo a segno vari hit globali, da “Summer Paradise” a “Welcome To My Life”, eppure i Simple Plan non si fermano nella loro party-music. Anche in tempi in cui molti colleghi si affollano nell’area dei musicisti-pensatori, la band canadese alfiere del punk rock rimodernato e corretto, torna con  “I Don’t Want To Go To Bed”, un singolo che di riflessioni e introspezione non ne vuole proprio sapere. Anche se, incontrandoli al lancio italiano del disco, si scopre che anche i ragazzi spensierati del rock americano hanno un pensiero in linea coi tempi che corrono.

Sono passati 4 anni dal vostro successo Get Your Heart Out. Come li avete impiegati?

Abbiamo fatto un tour di oltre due anni e poi ci siamo resi conto che era tempo di scrivere. Ma ogni volta che tornavamo in studio volevamo aggiungere qualche pezzo nuovo. Siamo un po’ old school quando si tratta di album, è una nostra fissazione che deriva dalla formazione. Ascoltavamo i Pearl Jam e band simili in tempi in cui l’uscita di un disco era un vero evento.

Quindi le registrazioni si sono rallentate?

Ma eravamo in tour nello stesso tempo. Per noi è un toccasana avere un dialogo col pubblico, sia sui social network che dal palco. Abbiamo fatto due show enormi in Italia l’anno scorso, a Roma coi Linkin’ Park e a Treviso e siamo tornati a lavorare con spirito nuovo. Però è anche vero che a un certo punto bisogna dire basta e fermarsi e fare uscire il disco.

È anticipato da singoli che mettete su Youtube a intervalli regolari, è una strategia?

Oggi ti possiamo dire che entro dicembre avremo finito le registrazioni e sarà pronto l’artowrk e che il disco uscirà a febbraio. Ma la faccenda dei singoli è più un’apologia che una strategia. È un modo per dire ai nostri fans che ci siamo ancora e che produciamo musica. Loro ci capiscono, ci vogliono, vogliono identificarsi con le nostre canzoni e non vogliamo deluderli.

Il senso dell’intrattenimento in questi giorni di terrore mondiale è un po’ cambiato o no?

Ci sono delle canzoni che la gente ricorda di noi che sono un inno alla spensieratezza. Perché in fondo è quello che vogliamo, fare evasione con la musica, non abbiamo il dna di band politica. Ma possiamo dirti che siamo una band sociale, nel senso che parliamo direttamente alle persone che ci ringraziano spesso per quello che leggono nei nostri testi. All’inizio era anche per noi difficile crederci, pii quando vedi gente che si tatua le nostre canzoni inizi a pensare che hai delle responsabilità.

Come affrontate il vostro mestiere in questo periodo?

Quello che è successo a Parigi è una cosa tragica perché è stata minata la spensieratezza e il diritto alla comunità, le persone che erano in quel teatro erano lì perché credevano alla musica, che è una cosa molto importante. Ed è anche un simbolo della civiltà occidentale, il riunirsi per evadere, dimenticare i problemi. Questo è un vero attacco a cui gli intrattenitori non possono piegarsi. Quindi noi diciamo ai nostri fans che è importante continuare ad ascoltare la musica e andare ai concerti.

Christian D’Antonio
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Christian D'antonio

Christian D'Antonio (Salerno, 1974) osserva, scrive e fotografa dal 2000. Laureato in Scienze Politiche, è giornalista professionista dal 2004. Redattore di RioCarnival. Attualmente lavora nella redazione di JobMilano e collabora con Freequency.it Ha lavorato per Panorama Economy, Grazia e Tu (Mondadori), Metro (freepress) e Classix (Coniglio Ed.)